Uruk, discendente di Varian, campione di Selùne. Orco nel sangue, ogni altra cosa nella vita.

Uruk Wrynn

Diario di Nagak Wrynn, figlio di Varian, Generale del sottosuolo:

 

Era un giorno d’inverno e faceva un freddo maledetto. O almeno così ha sempre creduto. Si sa che si tende a mitizzare gli eventi della propria infanzia, e Uruk aveva solo quello a cui aggraparsi: il giorno in cui fu salvato. Degli avventurieri del Nord vennero assoldati dal re di un piccolo regno per debellare la “piaga” di orchi che lo minacciava. Faceva freddo si, e le urla erano talmente potenti che sembrava fossero tangibili, come piccole lame che tagliano l’aria.
Non rimase più nulla di quel campo orchesco. Solo tracce di fuoco, sangue e carne bruciata. E il pianto. Il pianto di un cucciolo di orco che giaceva a terra, nascosto tra le pelli di una tenda lacerata. Un monaco che passava di li fu la fortuna di Uruk. L’uomo lo prese con se e lo portò nel monastero nel quale era il maestro, e per anni lo accudì come un figlio, un allievo, un adepto. Uruk era consapevole di essere diverso ma la cosa non gli pesava, d’altronde nessuno osava parlar male del figlioccio del Maestro. Una sera Uruk sentì bisibigliare due fedeli, si raccontavano le grandi gesta di un gruppo di avventurieri del nord. Memorabili furono le gesta dei guerrieri, ma uno si distinse più degli altri. Un giovane monaco, Shikamaru, che in seguito al massacro della tribù orchesca si ritirò in un monastero, con uno dei loro cuccioli. Non per amore, ma per senso di colpa. A quelle parole Uruk scoprì per la prima volta la rabbia folle che risiedeva nelle sue vene di orco. In preda all’ira sfondò la porta di carta di riso della stanza del padre adottivo e iniziò con lui un terribile scontro. Sembrava che Shikamaru non facesse sul serio, e per un attimo Uruk pensò di averlo visto anche piangere. Ma la furia non si fermò. Una presa letale dell’orco, un rumore ligneo, e il collo dell’umano si ruppe come un ramoscello secco. Quella notte Uruk arrivò a odiare se stesso e quello che era. Ma cosa era? Un orco? Un umano? Un monaco? Amava e odiava se stesso. Scappò dal monastero e iniziò il suo cammino, in cerca di se, di quello che veramente sarebbe voluto essere, senza mai fermarsi. Per un periodo divenne un creatore di golem, poi un campione di Selune. Tutto, pur di riuscire a capire quale fosse il suo posto nel mondo. Alla fine Uruk lo capì. Lui era tutto ed era nulla. Ma era inimitabile. Il suo spirito bruciava come la lava e questa cosa lo avrebbe portato lontano.

 

Ora Uruk è un Cacciatore dei Terrori, non un qualunque avventuriero ma un eroe senza fama. Nessuno sa quanto sia importante la profezia alla quale è legato lui e i suoi nuovi compagni, neppure loro dopotutto. Uruk però ha finalmente trovato la sua dimensione: nel Cormanthor, tra le rovine di un antico avamposto mezzelfo infestato da vampiri ha scorto la luce. Residui bruciati e impolverati di un tempio di Selùne e un’incredibile scoperta: un artefatto rituale che mette in contatto con la divinità in cambio di una gravosa richiesta, divenirne un Campione devoto.
Uruk non ci ha pensato su due volte, senza sapere che il suo destino sarebbe stato ben più soddisfacente di quanto sperasse. Il Dono di Selùne era ciò che cercava, essere tutto: avere le capacità che desiderava in ogni momento della sua vita a discapito della sua identità. Chi lo riconoscerebbe se non si chiamasse Uruk, il Cacciatore dei Terrori ?

Stannis, Occhio dei Nove.

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